Il canto a braccio nella Valle del Velino: una tradizione antica
In questa valle la poesia non è mai stata solo un’arte. Era un modo di stare al mondo.
I pastori dell’Alta Valle del Velino conoscevano a memoria i versi dei grandi poemi classici, l’Orlando Furioso, la Gerusalemme Liberata, e li recitavano durante le lunghe ore di guardia al gregge. Chi sapeva leggere portava sempre un poema nel tascapane. Chi non sapeva leggere li imparava dalla voce degli altri, di padre in figlio, di generazione in generazione. I momenti più importanti della vita si celebravano in versi. Le storie si tramandavano cantando.
Questa tradizione si chiama canto a braccio, e nell’Alta Valle del Velino è profondamente sentita e praticata da secoli.
Paolo Santini e il canto a braccio di Favischio
Operoso e ingegnoso nella vita, Paolo Santini è impresario edile e ristoratore. Ma il suo tempo libero lo ha dedicato sin da ragazzo a qualcosa che va oltre il lavoro e il quotidiano: la passione per il canto a braccio in ottava rima.
La sua formazione è imbevuta di questa arte fin dall’infanzia, quando già ascoltava gli anziani del paese esibirsi in quest’antica tradizione. Da autodidatta ha studiato l’endecasillabo, ha scoperto il modo di dare forma con la parola a sentimenti fugaci, a emozioni che altrimenti andrebbero perdute.
Oggi Paolo Santini è uno dei massimi esponenti del canto a braccio in ottava rima in tutta Italia. Versi spontanei, improvvisati nel rigido rispetto delle regole metriche. Una voce che cerca di mantenere viva la grandezza di una civiltà — quella della montagna — che la società dei consumi rischia di far dimenticare.
Il canto a braccio a Favischio vive ancora
Fortunatamente, a Favischio e Cerqua qualcuno non ha dimenticato. E finché ci sarà una voce come quella di Paolo Santini a cantare a braccio sotto le stelle dell’Appennino, questa valle avrà ancora qualcosa di prezioso da raccontare.
